Ucraini in festa per il Natale
Italiano | Січень 7, 2010 /
Oggi ricorre il Natale ucraino. Il regalo al quale anelano gli stranieri emigrati in Italia è il ritorno in Patria. «Spero di riuscire a realizzare il mio desiderio quest’anno», confessa Daniela Rebinska, 52 anni, ingegnere nella sua città, al confine con la Polonia, consigliere comunale per 7 anni e oggi, a Chiavari, badante. «Ho tre figlie femmine – spiega – e sono emigrata per guadagnare i soldi necessari alla loro dote nuziale. Sono arrivata in Italia 5 anni fa, da sola, e all’inizio è stata molto dura: non capivo la lingua, non conoscevo le usanze. Studiavo da sola e pensavo di non farcela, poi, per fortuna, mi sono ambientata e adesso mi trovo bene. Le mie figlie si sono sposate – aggiunge – e sono diventata nonna due volte». Suo marito? «È rimasto in Ucraina con i genitori anziani – spiega – Torno dalla famiglia una volta l’anno e mi fermo anche un paio di mesi. Il mio desiderio, però, è di rientrare in patria per sempre: voglio fare la mamma, la moglie e la nonna».
Tornare a casa è la priorità anche di Valentina Paiuk, 54 anni, infermiera per 25 anni in Ucraina e oggi badante a Chiavari. Vedova, ha due figli sposati, è due volte nonna e presto le nascerà un terzo nipotino. «Chi è partito l’ha fatto perché costretto – racconta – In una notte il crack delle banche ci ha fatto perdere tutto quello che avevamo». Il desiderio da affidare al nuovo anno? «Che i miei figli, i miei nipoti e mia mamma di 83 anni godano di buona salute – dice – e poi, ovviamente, la possibilità di tornare a casa». È toccato a Valentina, nel ruolo di membro anziano, aprire la preghiera che precede la cena natalizia della tradizione ucraina. Lo ha fatto ieri pomeriggio nei locali della chiesa delle clarisse di via Entella a Chiavari, il tempio dove la comunità ucraina del Levante si ritrova per le funzioni religiose e gli incontri bisettimanali di preghiera. «Prima della cena recitiamo il Padre Nostro e l’Ave Maria – spiega Nadia Kupa, 47 anni, badante, capo del consiglio pastorale della comunità ucraina del Tigullio, da 8 anni e mezzo in Italia e da 4 a Chiavari – Il più anziano della comunità ha il compiuto di formulare un ringraziamento per l’anno trascorso e, dopo la preghiera, serve la kutia, piatto dolce che si prepara con il grano cotto, insaporito con semi di papavero, miele, noci e uva secca». La prima di una lunga serie di pietanze che hanno imbandito la tavola nella “sala luminosa” della chiesa. «Una stanza che, come avviene nelle case ucraine – spiega padre Vitaly Tarasenko, cappellano della comunità genovese – è chiamata così perché è la più bella, quella destinata all’incontro, alla preghiera, all’accoglienza degli ospiti». Tra le vivande, involtini di cavolo e patate, pasta fresca ripiena di patate, insalate di verdure, pesce, sottaceti, funghi, insalata russa e, oltre al vino, l’uzvar, bevanda analcolica, a base di frutta essiccata, bollita, dolcificata con il miele e aromatizzata con il succo di limone. «La tradizione vuole che la messa di Natale duri tutta la notte e che la mattina dopo i bambini vadano di casa in casa ad annunciare la nascita di Gesù – spiega Tatiana Kodzhebash, badante a Lavagna, in Italia da 7 anni e mezzo, da tre nel Tigullio – Al mio arrivo ho vissuto a Sacile, in provincia di Pordedone, poi ho raggiunto una mia amica che abitava nel Tigullio e ho fatto diversi lavori: fioraia, baby sitter e ora badante. A casa ho lasciato due figli: il maggiore, laureato in ingegneria, è sposato; il secondo è al quarto anno di ingegneria». La comunità ucraina del Levante (composta da un centinaio di persone, in prevalenza donne) ha anticipato la festa di Natale di un giorno, radunandosi per cantare e pregare insieme a padre Tarasenko. Oggi alcuni fedeli si sposteranno a Genova e, nella chiesa di Santo Stefano, assisteranno alla celebrazione ufficiale con padre Tarasenko e monsignor Luigi Ernesto Paletti, vescovo ausiliare e vicario generale dell’arcidiocesi genovese. Il gruppo del capoluogo è formato da 300/400 persone, come spiega Oleh Sahaydak, capo della comunità genovese, 29 anni, da 5 in Italia, di professione maggiordomo e autista, sposato con una sua connazionale e neo papà, ieri a Chiavari per salutare la comunità levantina. Al termine della liturgia del Natale, ricca di canti, padre Tarasenko, in italiano, ha espresso il suo auspicio per il 2010: celebrare, una volta al mese, la messa anche in italiano. Poi ha parlato di integrazione, spiegando che nasce dall’incontro e dal dialogo. La fede è un punto di forza per molti immigrati. «Tra i miei desideri del 2010 – confessa Lilya Markovych, 45 anni, madre di due figli rimasti in patria e nonna, da 10 anni in Italia con soste a Roma, Genova, in varie località del Tigullio e oggi badante a San Salvatore di Cogorno – ci sono pellegrinaggi a Lourdes, Gerusalemme e a San Giovanni Rotondo per visitare la cripta di padre Pio del quale sono devota». In un luogo di fede, Montallegro, vive e lavora Volodymyr Chapran, muratore, a Rapallo con la moglie da 2 anni e mezzo. «Prima di arrivare in Italia ho abitato in Germania dove vive mia sorella – spiega – ma non mi sono trovato bene quanto qui: gli italiani
sono molto più accoglienti dei tedeschi». E augurano Z rizdvom Hristovim (Buon Natale) agli ospiti ucraini.
07 gennaio 2010 | Debora Badinelli

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